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Origini ed evoluzione*

I musei rappresentano una risorsa educativa inesauribile, da utilizzare sistematicamente nell'insegnamento, non solo come ausilio per la comunicazione visiva, ma per i valori di cui sono portatori, l'autenticità e la concretezza dei documenti presentati, la completezza delle collezioni, la multidimensionalità dei linguaggi espositivi. Secondo la definizione dell'ICOM, l'organizzazione internazionale dei musei e degli operatori museali, il "museo" è "un'istituzione permanente, senza fini di lucro, aperta al pubblico, al servizio della società e del suo sviluppo, che compie ricerche, acquisisce, conserva e, soprattutto, espone le testimonianze dell'umanità e del suo ambiente a fini di studio, educazione e diletto (v. Statuto dell'ICOM, 1951).

Per "didattica museale" si intende, allora, l'insieme delle metodologie e degli strumenti utilizzati dalle istituzioni museali e da quelle scolastiche per rendere accessibili ad un più vasto pubblico collezioni, raccolte, mostre e in generale ogni tipo di esposizione culturale. Ma tale definizione non è esaustiva della complessa realtà rappresentata. Per questo appare particolarmente utile ripercorrere le principali fasi del costituirsi della Didattica Museale in Italia a partire dal secondo dopoguerra.

Le origini
Si può affermare, infatti, che - almeno in Italia si inizia a parlare di “Didattica museale” nei primi anni della Repubblica formatasi con la Costituzione del 1947. Nel quadro generale della ripresa della vita civile, dopo il duro periodo bellico, anche numerosi musei italiani si riaprirono al pubblico con programmi innovativi, come la Pinacoteca di Brera, il Poldi Pezzoli di Milano, la Galleria degli Uffizi a Firenze, la Galleria Borghese, il Museo Etrusco di Villa Giulia e i Musei Comunali a Roma, il Museo del Sannio a Benevento, il Museo Nazioalwe di Regggio Calabria e quello di Messina, il Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. Questi musei offrirono al pubblico programmi culturali profondamente innovativi, il cui denominatore comune era rappresentato da un grande impegno culturale e civile. In questa prospettiva la scuola era vista come il principale elemento propulsore per il progresso civile della società nel suo insieme.

Il museo nella società moderna
Se il museo, come la scuola, erano visti quali fattori propulsori della crescita culturale e morale della società italiana, occorreva avvicinare queste istituzioni tra loro e al grande pubblico. E per far ciò - come osservava Pietro Romanelli - direttore generale delle Belle Arti al Ministero della Pubblica Istruzione - bisognava “studiare i mezzi più acconci per avvicinare il museo al pubblico, farlo entrare sempre più intimamente ..nel vivo della società moderna, come elemento attivo ed insostituibile dell’educazione e dell’elevazione culturale e spirituale della società stessa”. Il primo passo da fare, allora, riguardava una nuova visione del museo. Così Franco Russoli, - allora Soprintendente della Pinacoteca di Brera - concepiva il museo non più come semplice deposito o laboratorio specialistico per oggetti di cultura, bensì come “crogiuolo e produttore di cultura”, secondo i seguenti principi-guida:

  • ogni cosa od opera, ogni documento sulla natura, della storia, della scienza e dell’arte, consente ed esige le più diverse forme di approccio e di rapporto, di lettura e di interpretazione. Non si deve mai ridurre la funzione di una determinata raccolta esclusivamente all’educazione specialistica, ma è necessario proporne l’utilizzazione più aperta, in un tessuto di relazioni;
  • il museo deve essere proposto come luogo in cui si trovano non tanto delle informazioni o dei “documenti originali” su un dato argomento, quanto delle inattese e rivelatrici scoperte sulla polivalenza dei significati e messaggi delle opere che esso conserva. Deve essere un luogo dove si va per alimentare i propri problemi di conoscenza, più che per subire alienanti e coercitive lezioni;
  • occorre spezzare l’immagine cristallizzata del museo, dimostrando che si può vivere , attraverso il più libero dialogo, con le cose della natura e con le testimonianze della storia, la vicenda quotidiana del nostro rapporto con la realtà. Per questo si chiamino a svolgere l’attività didattica, la lettura delle diverse collezioni, non soltanto gli esperti della materia, ma gli storici e i conoscitori di altre discipline. Una raccolta di opere d’arte, ad esempio, sia visitata, anche, con la guida di un sociologo, di uno psicologo, di uno storico, di un economista. Lo stesso valga per un museo di storia naturale, per una collezione antropologica, per una raccolta di documenti storici; in questo modo il museo si rivelerà agli occhi del pubblico terreno fertile di nuove curiosità intellettuali;
  • per quanto riguarda i rapporti con la scuola, sempre Franco Russoli sosteneva la necessità di offrire il museo alle scuole di ogni grado come strumento formativo e non puramente nozionale, mettendo ogni museo a disposizione delle scuole non soltanto per un’attività didattica limitata alla singola disciplina, ma come un “laboratorio” aperto ad ogni indirizzo di ricerca.
Nasce la Didattica dei musei
Pietro Romanelli, osservava, dal canto suo, in modo penetrante, come insegnanti e studenti erano restati passivi testimoni di una cultura organizzata secondo criteri molto lontani dai loro reali interessi e dalle effettive possibilità di comprensione.” Pertanto vedeva nelle prime esperienze di Didattica museale un’occasione eccezionale “Che il museo potesse diventare un necessario e insostituibile complemento della scuola, e che come tale dovesse essere aperto e accessibile e comprensibile a tutti,non era neppur pensato e tanto meno realizzato, o era al più vagheggiato da pochi come una simpatica utopia” 2) Occorreva , perciò, coordinare a livello nazionale tutte le iniziative ed esperienze condotte in Italia per raggiungere gli obiettivi di rinnovamento auspicati. Per questa ragione lo stesso Romanelli istituiva, nel 1969, presso il Ministero della Pubblica Istruzione una Commissione per la Didattica dei musei con la finalità precipua di rendere istituzionale il rapporto tra scuola e museo.

Il museo come esperienza sociale

Nella nuova prospettiva introdotta per rendere i musei elementi propulsori di crescita culturale della società veniva ad assumere assoluta centralità il concetto di “esperienza”, tanto da intitolare cosi il più importante convegno di studio nazionale dedicato allo specifico tema 3) . Lo stesso Romanelli richiamando le iniziative realizzate dalla Direttrice della Galleria Borghese di Roma Paola Della Pergola, osservava come “essa ha voluto applicare alle visite delle scuole e dei gruppi di lavoro il metodo dell’“Educazione Attiva”, oggi entrato in pieno nella dottrina e nella prassi dell’insegnamento, chiamando a collaborare pedagogisti, storici dell’arte, insegnanti ed anche studenti e guide volontarie”. Romanelli individuava, così, precisamente il nucleo essenziale, il principio educativo della Didattica museale: il visitatore del museo - di qualsiasi età - veniva riconosciuto come il protagonista del suo sviluppo e del suo modo di apprendere. Rousseau, Pestalozzi, Froebel, Kerschensteiner, Freinet, Dewey, Baden Powell sono i principali nomi di riferimento in questa prospettiva dell’educazione. Del resto tale tipo di approccio era già al centro dell’attenzione internazionale, tanto che lo stesso International Council of museums (ICOM) poneva come tema centrale del congresso del 1971 il tema “Museo e educazione”e rappresentante per l’Italia era la stessa Paola Della Pergola.

Due ordini di finalità
In pratica la metodologia della Didattica museale poteva (e doveva) essere estesa a tutti i musei “statali e non statali, di arte e di archeologia, di storia e di scienza, di grande e complessa costituzione o minori raccolte di carattere locale, ponendosi due principali ordini di finalità: da un lato promuovere la conoscenza del patrimonio culturale nazionale in tutti i cittadini, a tutte le età (Educazione Permanente), dall’altro lato rinnovare le metodologie di insegnamento dei vari saperi attraverso procedure didattiche di tipo “attivo”, volte a promuovere forme di apprendimento “significativo”, non puramente nozionistico. In questo quadro veniva a giocare un ruolo centrale la concreta esperienza effettuata da ciascun allievo.

L’interdisciplinarità
Tale modello innovativo di insegnamento coinvolgeva, come si è detto, ogni disciplina e materia di studio. Va ricordato, infatti, come già il Comitato promotore del convegno dal titolo “ Il museo come esperienza sociale” (Roma, 4-5-6- dicembre 1971 - v. oltre), comprendesse rappresentanti di una molteplicità di istituzioni ed enti: Parlamento, Corte Costituzionale, Consiglio dei Ministri, Ministero della Pubblica Istruzione, il Sindaco di Roma, il CNEL, l’Accademia nazionale dei Lincei, Soprintendenze, alle Gallerie,Cattedre di Pedagogia e di Storia dell’Arte, Associazioni, ecc. Tale modalità di ricerca rappresentò un grosso salto di qualità nello studio della tutela del patrimonio culturale, tutela non più vista in chiave “museografica” e di mera “protezione”, ma chiaramente finalizzata ad un uso socio-culturale ed educativo dei beni culturali, con particolare riguardo ai giovani e alla realizzazione di un sistema di Educazione Permanente.

(segue)


* a cura Isp. Antonio Ciocca, MPI-DGSI





 
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