DAI ROMANI ALL'UNITÀ D'ITALIA

La lira, per più di mille anni e nonostante le molteplici vicissitudini che si sono susseguite nel territorio italico e l'alternarsi di regni, imperi e repubbliche, è riuscita miracolosamente a sopravvivere, oltre che a conservare il proprio nome.
Essa deve il suo nome alla libbra romana che equivaleva a 325 grammi attuali. Per estendere alle conquiste in terra italica il sistema che il padre, Pipino il Breve, aveva adottato nel Regno franco, Carlo Magno trasformò la libbra da peso in moneta. L'imperatore carolingio decretò il mono-metallismo argenteo con il denaro, una sola moneta legale che corrispondeva alla 240.ma parte di una libbra.
E allora, il popolo, per semplificare, invece di dire 240 denari incominciò a chiamarla più sbrigativamente libbra, da cui poi si arrivò a lira.
Dovettero passare, però, mille anni prima che, nel 1808, Napoleone facesse coniare dalla Zecca di Milano la prima lira italiana ufficiale e sarà Vittorio Emanuele I che farà coniare pezzi da 80 lire in oro e da 5 lire di argento. Carlo Felice, poi, aggiunse la coniazione di rame e Vittorio Emanuele II re di Sardegna mantenne i valori d'oro e d'argento ideati dal padre ma non coniò il rame (ma procediamo con ordine).

LA SITUAZIONE ALLA NASCITA DEL REGNO D'ITALIA

Tutti gli Stati che esistevano sul territorio italico prima della nascita del Regno d'Italia vedevano operanti istituti bancari autorizzati ad emettere banconote. Nel 1860 gli istituti di emissione erano i seguenti: Banca Nazionale Sarda, Banca di Parma, Banca delle Quattro Legazioni (che agiva sui territori delle Romagne), Banca Nazionale Toscana. Nello stesso anno nasce anche la Banca Toscana di Credito ed anch'essa viene autorizzata ad emettere banconote. E un anno dopo, ad unificazione avvenuta, la Banca Nazionale Sarda muta il proprio nome in Banca Nazionale del Regno d'Italia e ingloba sia la Banca di Parma sia la Banca delle Quattro Legazioni, diventando il più grande istituto bancario del Regno d'Italia, tanto che le sue filiali apriranno i battenti anche in Italia centrale e meridionale.
Negli anni successivi altri due istituti bancari ottengono l'autorizzazione ad emettere banconote; per la precisione, nel 1866 il Banco di Napoli e l'anno dopo anche il Banco di Sicilia.
Infine, nel 1870, tre anni dopo, la vecchia Banca Romana, ottenendo anch'essa dallo Stato il permesso di emissione, prende il nome di Banca dello Stato Pontificio.
Ricapitolando, perciò, quando Roma divenne capitale, siamo quindi alla fine del 1870, circolano nel Regno Italiano banconote emesse dai seguenti istituti: Banca Nazionale del Regno d'Italia, Banca Nazionale Toscana, Banca Toscana di Credito, Banco di Napoli, Banco di Sicilia, Banca Romana.

VITTORIO EMANUELE RE D'ITALIA E IL CORSO FORZOSO

Le guerre del 1859 e del 1866 avevano, intanto, presentato un conto piuttosto salato a Vittorio Emanuele II di Savoia che si era indebitato in maniera consistente. Il giovane re trovò la soluzione ai suoi problemi economici con l'istituzione del "corso forzoso", concesso in contropartita ai finanziamenti che lo Stato aveva avuto dalla Banca Nazionale del Regno, ma esteso ovviamente agli altri istituti bancari perché altrimenti le loro banconote sarebbero divenute concorrenti insuperabili per quelle della Banca Nazionale del Regno.
Ma il vincolo del corso forzoso della lira sviluppa i primi fenomeni di inflazione. Infatti, in ultima analisi, il corso forzoso, che consiste nell'attribuzione, in termini di legge, di valore alla banconota si trasforma, nella pratica, in un prestito obbligatorio, e senza interessi, imposto ai cittadini. Il debito contratto dallo Stato con la Banca si trasferisce sulle spalle dei cittadini. La banca può stampare banconote senza che ne sia richiesta la conversione in oro, i cittadini devono accettare le banconote che, a differenza dell'oro, sono soggette alla svalutazione, ossia la perdita del "potere di acquisto".
Inoltre, il corso forzoso innescava un pericoloso processo di autonomia degli istituti bancari privati che erano portatori di interessi particolari (industriali, commercianti, latifondisti ecc.). Ma non tutto è negativo nel periodo del corso forzoso perché esso favorì un forte incremento industriale e consentì un allargamento del credito, fondamentale in una nazione agricola che intraprendeva il cammino verso una struttura più moderna. L'importante é che questa espansione, non sempre sostenuta da solide basi economiche, non determini col tempo effetti rovinosi per l'intero sistema.

IL CONSORZIO DELLE BANCHE

Per evitare problemi successivi, nel 1874 fu costituito il Consorzio Obbligatorio degli istituti di emissione. A ciascuna delle sei banche autorizzate all'emissione venivano imposti un tetto massimo di banconote che potevano essere emesse e gli scarti massimi che si consentivano in rapporto alle riserve in metalli o valute pregiate. In questo modo, le banche conservavano la loro autonomia di enti privati, ma venivano sottoposti al controllo e ispezione del Ministro dell'Industria e del Commercio.
Nel frattempo la fiducia nel sistema economico aumentò. Il Governo della Destra Storica era impegnato nel risanamento finanziario dello Stato e nel raggiungimento del pareggio di bilancio, conseguito nel 1876 dal governo Minghetti. In seguito a tali eventi, nel1884, soprattutto con il proposito di incentivare i capitali stranieri ad investire in Italia, il corso forzoso venne abolito. Non si verificò la corsa alla conversione in oro delle banconote che spaventava la Destra che, peraltro proprio nel 1876, dopo aver pareggiato il bilancio dello Stato, aveva dovuto cedere il potere alla Sinistra. Ormai intorno alla lira si era creato un clima di fiducia sia all'interno che all'estero. E così, anche se il denaro circolante superava ormai il miliardo, solo 250 milioni vennero convertiti, e nel giro di un paio di anni quasi la metà di quell'oro era rientrato nelle casse delle banche di emissione. Era una prova di grande stabilità per la nostra lira, che aumentò di quotazione in tutte le Borse estere, attirando capitali stranieri, che vennero investiti in Italia per oltre un miliardo.
Il sistema bancario di emissione, però, evidenziava ancora i suoi difetti strutturali e l'assenza di controlli veramente efficaci. L'occasione per evidenziare tali limiti, purtroppo non tardò a manifestarsi.

LO SCANDALO DELLA BANCA ROMANA E LA CRISI DEL SISTEMA BANCARIO

Nel 1888 la carenza di denaro liquido, a causa di imprudenti speculazioni, portò sull'orlo del collasso gli istituti bancari torinesi, salvati in extremis dall'intervento governativo. Vistose irregolarità e vere e proprie falsificazioni, operate con la duplicazione dei biglietti in circolazione coinvolsero anche le banche di emissione, autorizzate dallo Stato a stampare banconote. Il caso più clamoroso in questo senso fu lo scandalo della Banca romana (ex Banca dello Stato Pontificio), che portò alla caduta del governo Giolitti alla fine del 1893.
Nello stesso anno crollò il Credito mobiliare, seguito a breve distanza dalla Banca Generale. In seguito a questo stato di confusione finanziaria, Giovanni Giolitti attuò il riordinamento del sistema di emissione, iniziato con l'istituzione della Banca d'Italia (agosto 1893), alla quale fu assegnata una funzione preminente nell'emissione monetaria, anche se fino al 1926 una limitata facoltà in questo senso fu lasciata anche al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia.
Dal 1894 la Banca d'Italia svolse il servizio di tesoreria dello Stato in tutto il Regno e fra il 1900 e il 1930 si prese l'incarico di guidare e di controllare il sistema creditizio seguendo l'esempio delle banche centrali dei paesi più avanzati e diventando un importante fattore di stabilità nell'economia nazionale. Inoltre, furono fondati a Milano, la Banca commerciale italiana (1894) e il Credito Italiano (1895), a imitazione delle banche "miste" tedesche, che praticavano sia il credito commerciale sia quello industriale e svolgevano un'opera di coordinamento tra le industrie e le banche locali.

LA NASCITA DELLA BANCA D'ITALIA

Nel 1893 si attua cosi la prima riforma del sistema di emissione. La Banca Romana veniva liquidata e le operazioni erano affidate al nuovo istituto, la Banca d'Italia, sorta dalla fusione della Banca Nazionale del Regno con la Banca Nazionale Toscana e con la Banca Toscana di Credito. La Banca d'Italia nasceva con la forma giuridica della società anonima e, guidata del governatore Stringher, iniziava a sistemare con più ordine la circolazione monetaria. A questo punto erano soltanto tre gli istituti che potevano emettere banconote: la nuovissima Banca d'Italia e i due istituti meridionali, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia.
In quegli anni, però, come abbiamo già accennato, con capitali tedeschi, erano nate due banche destinate a rafforzare la finanza e a dare una considerevole spinta all'industria: la Banca Commerciale Italiana e il Credito Italiano. Il primo decennio del Novecento sembra essere un periodo tranquillo per l'economia italiana. La lira era una moneta convertibile e nel 1909 arrivò a valere più del suo corrispettivo in oro. La circolazione ora era più regolare e più vigilata dopo le gravi ripercussioni provocate dallo scandalo della Banca Romana.
Ma allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nel 1914, la situazione cambiò radicalmente. L'immediata conseguenza dell'entrata in guerra fu l'introduzione del "corso forzoso", nel 1915. La guerra richiedeva spese enormi e non si poteva rischiare una corsa all'oro in cambio di banconote.
La lira non fu convertibile per altri dodici anni, fino al 1927, quando il corso forzoso fu abolito e fu stabilito il nuovo rapporto di 3,66 lire-carta per una lira oro, sancendo cosi ufficialmente, pur col mantenimento della convertibilità, la divaricazione tra valore nominale della cartamoneta e valore effettivo.
Intanto, però, nel 1926, l'emissione di banconote era stata assegnata in esclusiva alla Banca d'Italia, la quale deteneva le riserve metalliche del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli e doveva, in cambio, prendersi interamente il peso della produzione del denaro liquido necessario alle esigenze economiche del paese. La Banca d'Italia é l'unico istituto autorizzato ad emettere banconote.
Questo provvedimento fu definitivo per il sistema della monetazione, anche in armonia col resto dell'Europa, dove ogni paese aveva un solo istituto di emissione, con l'eccezione della Gran Bretagna, che distingueva tra sterlina inglese, scozzese e irlandese. Soltanto in questo modo era possibile controllare efficacemente la massa di danaro circolante. L'esclusiva alla Banca d'Italia, peraltro, giungeva dopo che il grande aumento di liquidità, causato dal corso forzoso, aveva provocato l'aumento dei prezzi e determinato il crollo delle quotazioni internazionali della lira.

QUOTA NOVANTA

Se nel 1922 il cambio della sterlina, che era la moneta di riferimento per il sistema economico europeo, era fissato 90 lire, nel 1926 per una sterlina erano necessarie 154 lire. Il governo di Mussolini, salito nel frattempo al potere, si propose il ritorno a "quota novanta" come uno degli obiettivi attraverso cui rafforzare la propria immagine. L'obiettivo venne raggiunto nel dicembre del 27, quando fu fissata una quotazione di lire 92,46 per una sterlina. E nello stesso mese, il corso forzoso, stabilito in regime di guerra, veniva abolito.
Ma la lira italiana non poteva dormire sonni tranquilli, infatti si verificò un'altra crisi, e di proporzioni catastrofiche, quella del 29. Il crollo della Borsa americana ebbe ripercussioni in tutto il mondo occidentale e anche il sistema economico e monetario italiano ne risentì negativamente.

I MINIASSEGNI

Intorno alla metà degli anni Settanta, in alcuni casi le consuete necessità di pagamento quotidiano non sempre si potevano svolgere con facilità. In effetti, non si trovavano più monete di piccolo taglio e così alcune banche decisero di emettere assegni circolari il cui importo variava dalle cinquanta alle trecentocinquanta lire, per soddisfare le richieste della clientela, alle prese con problemi di pagamento. Per comodità questi assegni erano più piccoli dei normali assegni del "libretto" e, perciò, fu automatico chiamarli "mini-assegni". Poiché non tutte le banche sono autorizzate a produrre assegni circolari, alcune trovarono una scappatoia: gli assegni bancari sono da loro interamente compilati a stampa, ma ufficialmente tratti da loro clienti a favore di "portatore".
Questo sistema oltre a facilitare i pagamenti fu una discreta fonte di guadagno per le banche perché moltissimi di questi mini-assegni non furono più restituiti alla banca per il pagamento: era facile perderli o rovinarli irrimediabilmente e divennero anche oggetto di collezione, con tanto di quotazioni. E così molte banche per due anni ricoprirono il ruolo di "istituti di emissione" di piccoli tagli, con una sorta di corso forzoso, stabilito non dallo stato ma riconosciuto di fatto.
Il fenomeno cessò quando, finalmente, la Zecca di Stato, passata in gestione al poligrafico dello Stato, fu capace di produrre piccoli tagli nella quantità richiesta dalle necessità della popolazione.